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Diocesi Tursi - Lagonegro |
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Quando, quanto l’ammalato è prezioso ai tuoi occhi?!
Stabiliamo innanzitutto alcune coordinate. Il 13 Maggio 1981 Papa Giovanni Paolo II subisce in Piazza S. Pietro un grave attentato che lo porta alle soglie della morte. La Madonna di Fatima, come dirà lui stesso più tardi, lo ha salvato. Il giorno 11 febbraio 1984, tre anni dopo, il Papa presenta alla Chiesa le sue riflessioni sul significato cristiano del dolore umano nella Lettera Apostolica: “Salvifici doloris”. La Giornata del Malato, che è giunta alla sua 14^ edizione, presenta ogni anno un tema o una sua sfaccettatura particolare, per orientare la riflessione e la preghiera. Il riferimento per il 2006 è molto suggestivo: << Alla scuola del malato >>. E la dice lunga sul carattere della giornata. Viene da chiedersi: Perché una giornata del malato? Potremmo anche dire: Perché tante giornate da celebrare?
L’attenzione per i malati è un dovere pastorale
Non si può eccepire che la vita si sia fatta più complicata; che è diventato tipico di ogni grande Agenzia Prevedere e indire – Giornate – per varie categorie che si vogliono tutelare o promuovere e per tradizionali appuntamenti di grande rilievo sociale. Si pensi, per fare un esempio, alla Giornata del Ringraziamento, che si svolge negli USA quando tutto il Paese si blocca letteralmente per dire grazie al Signore. La Chiesa ha percepito l’importanza di questi appuntamenti e ne ha fatto sorgere un ventaglio mirati al sostegno e alla dilatazione di precisi compiti pastorali. Tra questi, la pastorale dei malati.
Solidarietà e vicinanza a chi soffre
Cosa si attende allora la Chiesa dalla celebrazione della Giornata del Malato? Sicuramente molte cose. Anzitutto una serie di gesti di solidarietà e di vicinanza agli ammalati e alle persone sole e anziane che rientrano bene nella categoria. Non esiste comunità dove non ci sia <<materia prima>> e qui a Castelsaraceno sono in tanti! A questo riguardo, il Papa ha scelto il giorno 11 febbraio legato all’esperienza di Lourdes dove i malati, come si sa, sono i protagonisti. Non può mancare nella Giornata dell’Ammalato una attenzione riconoscente ai professionisti della malattia: medici, studiosi, infermieri, operatori sanitari, che oramai si trovano disseminati anche nei più piccoli centri. Sono un esercito, destinati verosimilmente solo a crescere. Quante cose la Chiesa ha ricordato a loro sulla loro professionalità, sul dovere di un aggiornamento anche spirituale. Ma forse, in una occasione come questa, è la gratitudine a dover prevalere.
C’è un dare ma anche un prendere
Come non ricordare i volontari dei vari gruppi, dall’UNITALSI, a quelli magari più modesti che sono chiamati in causa. Penso con affetto ai tanti, giovani e non della Protezione Civile, che animano con grande sollecitudine un servizio concreto verso gli ammalati della nostra comunità e oltre. Non si tratta di snobbare gli ammalati, allargandosi ai familiari e ai volontari, che spesso ne portano un peso non indifferente: A tutti e a ciascuno dico grazie per l’esempio che mi si offre, specialmente in occasione della visita agli ammalati ogni Primo Venerdì del mese. Abbiamo tutti bisogno di fare una bella esperienza di fraternità. La Giornata è per tutta la comunità e solo così raggiunge il suo scopo. Ma insieme alla solidarietà spirituale e sociale che viene rilanciata, bisognerebbe andare oltre: il tema di questa 14^ Giornata ce lo chiede. Cosa ha da insegnarci il malato? Uno dei cardini della pastorale sanitaria, sembra a me, non è solo interessarsi dei malati e dar loro una testimonianza di solidarietà. C’è un dare, ma anche un prendere. Nelle condizioni del malato vediamo i limiti della vita umana esposta alla debolezza, alla fragilità, alla perdita della salute e perciò dell’autonomia. In fondo è nell’esperienza di tutti imbattersi presto o tardi in colpi imprevisti!! La nostra vita è nelle mani di Dio. Chi può prolungarla da sé di un solo istante? Questa è la lezione di fondo, ma non l’unica! Chi non ha sperimentato che, andando a trovare un malato con l’intento di consolarlo, di fatto si sente investito di parole cariche di serenità: “Io non vorrei morire, mi diceva qualche giorno fa zio…., eppure so di dover lasciare prima o poi questo mondo. Ciò che mi dà grande consolazione è sapere che troverò Dio ad accogliermi, quando avrò chiuso gli occhi a questa vita” Parole semplici, ma condite da tanta smisurata fiducia e abbandono in Dio.
Il malato al centro della pastorale
Quello che vale, se e quando – vale – a livello dei rapporti interpersonali, dovrebbe maggiormente imporsi anche a livello di comunità. Come può una Parrocchia, la nostra Parrocchia valorizzare la malattia, se non inserendo i malati tra i protagonisti della pastorale? Essi, ci ricorda Giovanni Paolo II, sono i testimoni privilegiati del messaggio evangelico, perché se si uniscono alla passione di Cristo, contribuiscono a formare il capitale più prezioso per la salvezza del mondo. Se un uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo, ciò avviene perché Cristo ha aperto la sua sofferenza all’uomo, perché egli stesso nella sua sofferenza redentiva diventa, in un certo senso, partecipe di tutte le sofferenze umane. L’uomo, scoprendo mediante la fede la sofferenza redentrice di Cristo, insieme scopre in essa le proprie sofferenze, le ritrova mediante la fede, arricchite di un nuovo contenuto e di un nuovo significato. La malattia è per i credenti come un anello che congiunge la fase presente della vita con l’eternità. Non bisogna aver fretta di raggiungere il destino finale. La malattia si cura proprio per riprendere salute e vitalità. La Chiesa e ogni cristiano degno di questo nome ha iscritto nel suo DNA la nativa vocazione alla << Compassione: cum patior = soffrire con>>, che non corrisponde affatto al nostro – provare pena, compatire…- e alla misericordia, ma può, anzi deve legare sempre più una esperienza negativa come la malattia, con l’attesa di una insperata aurora di salvezza fisica e spirituale. Castelsaraceno, 16 Gennaio 2005 Don Paolo |