LA FLORA E LA FAUNA
La distribuzione dei tipi di vegetazione è legata sia alla morfologia che alle caratteristiche di temperatura e delle precipitazioni. Anticamente, il territorio di Castelsaraceno era coperto da boschi fitti e quasi intatti. Dopo l’unificazione d’Italia (1861), le assurde leggi forestali non tennero conto dei peculiari caratteri della montagna meridionale, sicché il taglio indiscriminato
pose a nudo fratture geologiche erodibili velocemente, argille ben presto calanchizzate e le valli divennero sfasciume. Si danneggiò sia la flora che la fauna, facendo scomparire animali come l’orso e il cervo. Le maggiori deforestazioni avvennero nella zona del monte Raparo, lungo il torrente Racanello e alla Cirasia. Nell’ultimo cinquantennio, i cantieri forestali hanno immesso nei luoghi disboscati querce, pini, abeti e qualche
esemplare di douglas, estraneo all’ambiente. I versanti delle montagne presentano vaste distese boschive. Il monte Alpi ha l’incantevole bosco di Favino, dove estese faggete si elevano diritte come pertiche.In primavera, il terreno è spruzzato dai colori degli anemoni e delle scille, ma in piena estate il sottobosco è privo di colore, perché le fitte foglie dei faggi lasciano filtrare
così poca luce che sul terreno sottostante le piante non si sviluppano. Nello stesso modo, le foglie intercettano la maggior parte dell’acqua piovana, che subito evapora. Il bosco, nella parte più bassa, è disseminato di fragole e lamponi, che si confondono tra le felci; verso il limite superiore (quota 1750 m.), presenta il tipico aspetto di altitudine, con alberi più bassi e con i tronchi curvi alla base per l’azione della neve, che
ristagna fino a stagione inoltrata. C’è un ricco corteggio floristico, con estesi tappeti di asperulae odorate, stellarie, sassifraghe, cardi, viole, ranuncoli, epilobi, belladonna. Superata la quota 1750, nelle spaccature delle rocce affioranti, vegetano nella zona a prateria discontinua: non-ti-scordar-di-me, semprevivo, sassifraga. Più in alto, e, lateralmente, fra i calcari giurassici affioranti sulla vetta, la vegetazione muta
nella sua composizione: carice sempreverde, festuca, vulneraria. Fra le due cime S. Croce (1893 m.) e l’Alpi (1900 m.) , distanti tra loro circa 800 metri, c’è un interessante prato alpino, dove si possono riconoscere, tra l’altro, il trifoglio, la pratolina e il ranuncolo. Lungo il bordo della rupe occidentale, si trovano i pini loricati adulti, dalle forme contorte e fantastiche. Il pino loricato, chiamato anche pioca dagli abitanti
del luogo, costituisce indubbiamente il più bello ed importante ornamento del monte Alpi. Esso è presente in buon numero e le stazioni interessano quasi esclusivamente i siti impervi della sezione centro-settentrionale dello strapiombo. Numerosi sono gli esemplari in giovane età. Nella discesa degradata, la vegetazione è costituita essenzialmente da felci, carline e cardi. Alla base della parete si attraversano dossi e vallecole a
prateria con carline, scardaccione, cardo dei lanaioli, timo serpillo. Sui cumuli di detrito di falda, ai piedi della rupe, si trovano scrofolaria canina, stoppione, aglio selvatico. Chi giunge a Castelsaraceno (960 m. s.l.m.) percorrendo la Provinciale '36, sperimenta il detto "Nu pitticeddo, nu pinnineddo, e tirituppit' 'nda Casteddo", e rimane incantato dal paesaggio rupestre e selvaggio. Lungo la strada dell’Armizzone si notano due
tassi ultracentenari, intaccati alla base dal morso degli animali, gruppetti di agrifogli sparsi qua e là, affratellati fra loro, quasi a voler resistere alla furia del vento, che domina incontrastato in queste zone. Ci sono ontani, spini, aceri, sorbi, frassini, qualche noce, peri e meli selvatici, con prati ricoperti di carline, cardi, margherite, orchidee, viole, ranuncoli, papaveri e felci. Sul paese troneggiano i castagneti dai
riflessi dorati, i carpini dai tronchi scanalati e dalla chioma arrotondata ed il sorbo montano; qualche raro albero di gelso testimonia l’attività economica della seta che era fiorente nei secoli passati. Ci sono faggi anche a Coccaro, con un ricco sottobosco di erbe ed arbusti: agrifoglio, pungitopo, elleboro, vitalba, vilucchione e tutta-sana; la fusaggine mostra le sue foglie lanceolate ed i fiori verdastri in grappoli. Più in
alto, le serre si presentano coperte di faggi, aceri, ciliegi, pini ed abeti, interrotti frequentemente da distese zone incolte e da fossati. A nord, il monte Raparo s’innalza come un cupolone, aspro e maestoso, con balze scoscese abbellite da gruppi di lecci; sugli speroni si aprono spelonche e grotte. La parete discende quasi a precipizio sul Racanello, dopo aver formato un’ampia balza, “’U Mondiceddo” che si assottiglia ogni anno a
causa della frana e della erosione; in tale spiano si trova un ameno boschetto di pini, opera del cantiere forestale, odoroso di viole, gerani e mille altri fiori. Le balze sono ricoperte da ciuffi d’erba, da arbusti spinosi e, in primavera, dai cosiddetti “capelli d’angelo” che, muovendosi al soffio del vento, ondeggiano, mandando riflessi argentei; le ginestre in fiore profumano l’aria. Le cime del monte, arrotondate dal tempo,
mostrano la roccia qua e là coperta da gruppi di pino, sotto i quali vegetano la valeriana, il serpillo, il geranio, il meliloto, il napello e la imperatoria. Sulla vetta, Raparo sprigiona il suo fascino con gli altipiani ondulati, con le fosse soffici ed erbose, protette da bianche pietre disposte a circolo, dove pascolano indisturbate mucche superbe ed i cavalli galoppano liberamente. Si possono ammirare farfalline che sanno di cielo
e garofanini che lasciano addosso un profumo indimenticabile. Se l’occhio è attento, si possono raccogliere anche fossili ed erbe medicinali. Visto da lontano, il massiccio del Raparo sembra irraggiungibile, ma si lascia prendere facilmente dai due versanti, i quali si congiungono in una carrareccia che segna il confine tra Castelsaraceno, Sarconi e Spinoso. Da Raparo molto probabilmente passava un tratto della Via Erculea, che
congiungeva al tempo dei Romani Grumentum con Nerulum. Da Raparo passò anche l’esercito di Annibale, quando combatté nelle vicinanze di Grumentum e Raparo fu anche complice della fuga di Annibale per i percorsi alternativi che offriva e continua ad offrire: Vallelunga, Cugno di Mezzo, Serra del Sambuco.
Verso Piano dei Campi ed Acqua Russo, i pendii a gradoni sono spogli; si notano qua e là gruppetti di faggi, residui di una attività cantieristica, sviluppatasi per impedire cadute di massi e migliorare il pascolo. La verde faggeta che occupa il “Cugno di Mezzo” (Fosso S. Lorenzo), ai cui bordi si trovano le felci, sembra dividere in due il massiccio. Ai piedi, la distesa pianeggiante mostra rocce affioranti, radi alberi di cerro, di
peri e meli selvatici, arbusti spinosi ed una grande quantità di erbe odorose e fiori profumati, tra cui l’origano, la menta ed i garofani.
Nei prati c’è vita. Innumerevoli insetti vi coabitano e fanno sentire la loro presenza, che si confonde con le voci del vento e degli uccelli. Il cri-cri dei grilli, il frinire delle cicale, il ronzio delle api ed il bofonchiare dei calabroni formano un accordo musicale incantevole, che accompagna il volteggiare armonioso di farfalle bianche e variopinte.
Può cogliere di sorpresa la visione di qualche serpente nero, immobile o strisciante tra le rocce e l’erba. Dopo un primo momento di panico, niente paura: i serpenti, se non vengono disturbati, non attaccano e, generalmente, non sono velenosi; quindi conviene lasciarli in pace ed andarsene da un’altra parte. Bisogna starsi attenti, però, alle vipere.
Nei torrenti si trovano l’urodela, la salamandrina con gli occhiali, l’idrometra, i girini, rane, rospi e ululoni. Negli stagni di Favino, le larve dei tricotteri si divertono a navigare su capanne mobili costruite con detriti, sassolini e fili d’erbe; i tritoni maschi fanno sfoggio di una vistosa cresta dorsale. Nel cielo azzurro e terso intrecciano danze coreografiche passeri, merli e cardilli; le rondini fanno la loro comparsa nella
tarda primavera. Sotto “Pietra Marina” le gazze ladre dalla lunga coda nera giocano a nascondino tra i rami degli ontani; le ghiandaie, nel bosco di Favino e del Cerreto, e le cornacchie, nei pressi della discarica, infastidiscono con il loro gracchiare; i corvi neri percorrono in fretta e senza grazia il cielo. Il volo alto, ampio e maestoso di una coppia di falchi reali rappresenta uno spettacolo meraviglioso.
Nelle campagne si può sentire il cucù del cuculo, il picchiettio cadenzato del picchio, lo spincionare del fringuello; si può vedere il nibbio, mentre sfrutta le correnti d’aria (frecavento) o la poiana, quando cala a picco sulla preda. Di notte, le civette, i gufi ed i pipistrelli si aggirano indisturbati.Durante le varie stagioni, si assiste al passaggio di diverse specie di uccelli, come le beccacce, le quaglie, i beccaccini, il
giallone, il verdone, l’upupa, le tortorelle; qualche volta il marzaiolo, il corvo imperiale e le gru. Tra gli animali stanziali, è facile incontrare la lepre, la volpe, il gatto selvatico, il riccio ed i cani inselvatichiti; con opportuni e pazienti appostamenti si possono intravedere il lupo, il tasso, la faina, l’istrice, lo scoiattolo, il moscardino sul Falapato e, nei pressi del monte Alpi, anche la lontra. La donnola, detta “pitoio”,
si insinua spesso nei pollai e succhia il sangue dei polli sgozzati. Negli ultimi anni, i cinghiali costituiscono un vero pericolo per le campagne e per i vigneti soprattutto nei pressi del Racanello.
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Comune di Castelsaraceno
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